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L'incredibile pensiero di Di Tanno si mette in contrasto con il Regolamento del Palio

Non ha tutti i torti il grande fiscalista Di Tanno nel redigere un approfondito studio su come il mondo contradaiolo può svincolarsi dalla morsa tributaria. Lui non ha nessuna colpa se i progetti studiati, elaborati e presentati non sono assolutamente confacenti con il mondo contradaiolo e paliesco e si pongono in netto contrasto con tutta quella serie di sentenze dei vari tribunali d'Italia che agiscono sempre "in nome del popolo italiano". La colpa non è, ovviamente, di Di Tanno, ma di chi prima lo ha presentato e, dopo, sostenuto. Ogni allusione a Giuseppino della Mucchina, che è riuscito a sbizzarrirsi nel manovrare successore e Onorandone, non è campata in aria. Dunque, qual'è il suggerimento di Di Tanno? Creare un distaccamento interno alla Contrada, tra questo Ente ed il capitano. Quest'ultimo, raggruppando una serie di "amici", gestisce il denaro per loro conto e, di conseguenza, trattandosi di rapporti interpersonali nessuno è tenuto ad emettere le famigerate ritenute d'acconto. Un ragionamento che non può essere contestato in un habitat operativo italico, ma che non ha nessun valore a Siena. C'è, infatti, il Regolamento del Palio, e le norme in esso riportate, che non prevedono una "separazione in casa" tra Contrada, in quanto Ente, e Capitano. Tanti sono i riferimenti contenuti nel Regolamento cui si chiama in causa non tanto il Capitano-separato, quanto il Capitano emanazione diretta della Contrada. Basterebbe, per tutti e per tutto, rilevare che è la Contrada a comunicare ufficialmente al Comune la nomina del proprio capitano (art. 14), il quale è sottoposto a quanto previsto dall'art. 15. Non è, quindi, ipotizzabile far finta che il Regolamento rappresenti un'identità a sé ed il ruolo del Capitano ne sia completamente disgiunto. E' una tesi che non regge, tanto più che nello studio di Cantucci, di 40 anni fa, si fa esplicito richiamo alle norme del Regolamento del Palio ed al ruolo che il Comune di Siena, ente locale dello Stato italiano, esercita su di esse. Ma le colpe non sono di Di Tanno che, evidentemente, non è stato ben "addestrato" sulla realtà del mondo senese, nato in epoca antecedente a quella pre-unitaria.

Sergio Profeti

3 maggio 2004