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Presentazione di Enrico Crispolti

I “drappelloni” del Palio sono stati spesso realizzati da grandi artisti, italiani e non. Ma forse non era mai finora capitato che lo realizzasse un maestro straniero del calibro di Jim Dine.

La sua opera infatti la si ritrova agevolmente nei manuali di storia dell’arte contemporanea scolastici e universitari, rappresentatavi quella di uno dei protagonisti del “Pop Art” nordamericano. Cioè di quella corrente artistica che, dopo l’Informale, all’esordio degli anni Sessanta ha rivolto i propri interessi ad un dialogo ravvicinato con le icone, eminentemente metropolitane, dell’immaginario collettivo, dei “mass media”.

Sono ben lieto dell’occasione offertami di presentare il suo “drappellone” per il Palio del 2 luglio 2000, giacché all’opera di Dine sono stato particolarmente legato, fin da quando ne esposi alcune opere nel 1963, in una delle grandi rassegne internazionali che organizzavo allora nel Castello Spagnolo de L’Aquila. E poi ne ho scritto in diverse occasioni, fra l’altro presentando una sua mostra in una galleria romana nel 1972. E ho anche anche la fortuna di essere un suo collezionista.

Ma la vicenda creativa di Dine (che ha due anni meno di me, essendo nato a Cincinnati nel 1935), per la sua forza evolutiva, oltrepassa decisamente l’ambito storico del Pop Art. Va comunque sottolineato che già allora la sua posizione di ricerca risultava molto particolare nel contesto del gruppo newyorkese. Soprattutto per la qualità assai accentuata del suo impegno pittorico, nel senso di un dialogo con gli oggetti quotidiani non inteso quale rispecchiamento tautologico di questi, ma sostanzialmente come loro appropriazione lirica.

Dine non si limitava cioè a figurare distaccate iconi dell’immaginario collettivo, come anche gli oggetti comuni sono, ma questi figurava in un loro dinamismo corrispondente ad un coinvolgimento psicologico e quasi passionale. Allora in una visione “positiva”, e quasi festosa.

Ricordando quegli anni giovanili ha detto in un’intervista ad un quotidiano romano, nel 1997: “Per me Pop è qualcuno come Warhol, Rosenquist o Lichtenstein. Loro presentano, danno enfasi alla loro immagine, la glorificano. Io ho sempre pensato di poter usare l’oggetto come se sottintendesse il rosso, il blu o il verde, come fosse un brano di pittura. Non ho mai voluto essere esplicito, mi piace il lato sotterraneo delle cose”.

La storia della pittura di Dine, secondo un coerentissimo processo evolutivo, è del resto molto più lunga, e del tutto personale, in un’inquietudine profonda di ricerca. Dopo l’esperienza “pop”, particolarmente negli anni Ottanta e Novanta la sua visione pittorica si è fatta più introspettiva, più interrogativa, più drammatica: una sorta di ricerca di sé, al di là di ogni certezza. Figurando in particolare cuori, oggetti domestici, ma anche passionalmente riappropriate memorie dell’antico; e sempre in un impianto pittorico molto ricco, a volte veramente sontuoso, passionalmente motivato, intimamente lirico.

In un’altra intervista, nel 1988, ha detto, a proposito della nuova stagione della sua ricerca: “Quello di oggi non è uno stile nuovo, è semplicemente uno stile che cambia, insieme alla mia vita. Essere pittori è bellissimo perché non si invecchia mai ma si cresce, mentre matura dentro una ricchezza sempre nuova. E poi la pittura per me è anche un modo per conoscere meglio me stesso”.

E’ un percorso dunque lungo, il suo, che in Italia si è potuto ripercorrere in particolare attraverso le grandi mostre a Ca’ Pesaro, a Venezia, nel 1988, e nel Museo Rivoltella, a Trieste, nel 1996; e immagino si potrà rileggere nella mostra che si terrà qui a Siena nel prossimo autunno.

Il suo “drappellone” per il Palio del 2 luglio 2000 risulta di grande efficacia comunicativa in modi essenzialmente pittorici che sono del tutto rispondenti alle caratteristiche di accentuata introspezione che hanno rinnovato la sua pittura degli ultimi due decenni.

Risulta molto semplice ed efficace, del tutto frontale, fortemente evocativo sia nel riferimento alla Vergine che nei simboli animali delle contrade in lizza, realizzati con sicuro e rapido tratto al carboncino. Presenze protagonistiche come sospinte in una dimensione di memoria (e forse di consapevolezza di storia), di memoria evocata, limitandosi al risalto dei colori delle contrade stesse rubricati in corrispondenza lungo i lati, e al fondo appena definito in azzurro, sul quale sono collocati i canonici stemmi. Sulla seta ha lavorato con olio e pastello, e appunto largamente a carboncino.

Mi sembra risulti un “drappellone” non clamoroso, non esibitorio come spesso accade - ma rispondente alla misura di un intimo e sommesso omaggio alla città e alla sua storia, da parte di un artista che ha sempre guardato alla cultura artistica europea come ad un patrimonio di sollecitazioni profonde e di grandi esperienze umane.

Enrico Crispolti